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categorie easa droniI Sistemi Aerei a Pilotaggio remoto, conosciuti nell’accezione comune come droni, stanno entrando sempre più prepotentemente nelle nostro mondo con continue ed innovative applicazioni sia industriali, sia per soddisfare le esigenze lavorative di una vasta platea di professioni ( si pensi ad esempio ai fotografi, video-maker, geometri e così via).

Parallelamente, ha avuto un vero e proprio boom la fascia “consumer”, con ormai droni di (quasi) tutti i tipi e dimensioni sugli scaffali della grande distribuzione.

Questa estrema eterogeneità del mercato, porta con se diverse problematiche, prima fra tutte il “come” far passare un messaggio di estrema importanza a tutti gli utilizzatori: dal più piccolo e leggero quadricottero, fino ai droni professionali di svariati chili, sono tutti mezzi volanti, di conseguenza esposti naturalmente a un fattore di rischio che potenzialmente potrebbe coinvolgere anche strutture e persone a terra.

Bene ha fatto il legislatore a prevedere all’interno della formazione per il rilascio delle licenze di pilotaggio APR una parte dedicata ai pericoli del loro utilizzo e a tutti i fattori umani correlati con il loro impiego, ma la domanda alla quale ancora non c’è una risposta è: come far capire e diffondere il messaggio che sono mezzi che richiedono attenzione e cura nell’uso? Come passare a tutta l’utenza il concetto che è richiesta comunque una minima formazione e mentalità aeronautica per operare in sicurezza?. A fronte di vaste ed eterogenee esigenze, non è pensabile un approccio comune ed indifferenziato.

            Si prenda ad esempio il campo industriale, dove sta avendo un grande sviluppo tutto il campo delle ispezioni aeree alle infrastrutture, così come la consegna veloce ed economica di merce. Il tutto molto spesso con operazioni cosiddette BVLOS, ossia con il drone non in vista dell’operatore, che ha le sue ulteriori e peculiari esigenze e caratteristiche.

In genere si parla in questo caso di realtà aziendali medio-grandi, con un’organizzazione ben strutturata e definita. Come inserire pertanto al suo interno una divisione droni che sia “rispettosa” della filosofia e mission aziendale? Come integrare in queste realtà concetti “aeronautici” probabilmente per loro nuovi e mai sentiti? E’ evidente che in simili contesti è necessario un progetto ben strutturato e preciso che porti conoscenza e consapevolezza, con un coinvolgimento aziendale a 360°. Funzioni aziendali apparentemente “avulse” da questo contesto, devono comunque essere messe a conoscenza delle problematiche tipiche del mondo droni; si pensi ad esempio all’ufficio programmazione acquisti e budget finanziario. Difficilmente, a meno che non venga “edotto” su tutti i rischi e il corretto utilizzo di tali mezzi volanti questo ufficio sarà disposto, ad esempio, a inserire nel “budget” una formazione di training semestrale o annuale per il personale.

Ecco quindi che in questi ambiti è richiesto e necessario un progetto di formazione ”culturale” di tutta la struttura, per far si che il drone sia “accettato” e di conseguenza utilizzato nel miglior modo possibile, in maniera efficiente per l’organizzazione e sicura per la collettività.

            Viceversa si pensi ad un libero professionista, ad esempio a un fotografo o un geometra, che usa questi mezzi al pari di qualunque altro strumento che utilizza quotidianamente. In questo caso bisognerà lavorare molto sull’individuo, che può avere più o meno resistenze, e che soprattuto si approccerà molto probabilmente a questi mezzi pensando di usarli alla stessa stregua di una macchina fotografica o di un teodolite. In più, a fronte della “pressione operativa” imposta dai committenti per ottenere un risultato, queste figure professionali potranno contare solo su loro stesse e le loro capacità per spiegare quello che si può fare e quello che non si può fare ad un cliente che quasi sempre non ha estrazione aeronautica. Ecco allora che diventano fondamentali conoscenze, da trasmettere e rendere consapevoli, quali ad esempio la capacità di comunicazione, o la gestione dello stress.

            Infine si pensi alla fascia consumer: persone che usano il drone per hobby o divertimento, che comunque non fanno di questo una professione e lo usano in massima parte per svago o semplicemente per portare a casa ricordi video/fotografici in maniera originale. Siamo nel pieno di una dimensione “ludica”, che per sua stessa natura è restia a regolamenti, leggi ecc. ecc. In questo caso un intervento troppo “drastico” verrà molto probabilmente rifiutato, il sistema regolamentare verrà visto come “eccessivo” e “complicato”, con il rischio di una volontaria violazione di tutte le regole in essere. Si rifletta per esempio che in questa fascia di utilizzatori si percepisce il titolo autorizzativo come “patentino” per droni, di fatto privandolo già dal nome tutta la parte aeronautica.

            Ad aggravare ulteriormente le cose, questa fascia di utenza è caratterizzata da un ampio ventaglio di età, rendendo molto difficile l’uso di un linguaggio e di spiegazioni che vadano bene per tutti. Come agire? Probabilmente il sistema più efficace sarebbe continui seminari informativi, cosi’ come l’inizio della diffusione della “cultura” aeronautica all’interno per esempio delle scuole. Oppure potrebbe essere efficace per le fasce più giovani l‘istituzione di “campi scuola” dove associare l’aspetto ludico all’aspetto formativo.

Come si è visto quindi ogni campo di utilizzatori presenta problematiche diverse, rendendo necessariamente l’approccio formativo diverso e mirato.

Esistono tuttavia aspetti comuni in ogni campo che possono essere una seria “minaccia”, primo fa tutti il concetto che il drone “fa tutto da solo”. Questa convinzione, di fatto inconsciamente “degrada” questo tipo di operazioni al pari di un utilizzo di un elettrodomestico, facendo percepire a ogni livello l’inutilità di accorgimenti operativi che vengono visti come eccessivi ed esagerati.

In questo senso non aiuta la parte formazione, con il recente regolamento europeo che ha di fatto “liberalizzato” molto l’addestramento per la categoria “open”, che è basata ora sull’auto-apprendimento sia teorico che pratico. Resta sempre un esame da superare, ma molto viene lasciato al senso di responsabilità e voglia di approfondire e capire dell’individuo, con il rischio che un percorso affrontato troppo “alla leggera” possa portare poi a problemi in fase operativa dove l’individuo stesso non è preparato a dovere.

Senz’altro si vedranno volare sempre più droni in futuro sulle nostre teste, sempre più tecnologici e sicuri, rendendo così sempre più importante il soffermarsi sulle varie “trappole” del fattore umano insite in tali tipo di operazioni, sulla scia di quanto già avvenuto nel mondo aeronautico tradizionale. E proprio come nell’aviazione “classica”, sarà lo studio e l’analisi degli inconvenienti e incidenti che traccerà la storia e lo sviluppo della componente “human” all’interno di questo nuovo e affascinante mondo.

Massimo Arno’

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